COME CAMBIA LA POLITICA UE SUI FONDI STRUTTURALI

È in discussione al parlamento di Bruxelles una proposta di risoluzione che punta a ridisegnare condizioni di accesso e politiche per lo sviluppo. Tra l’altro, slegando il cofinanziamento dai vincoli del patto di stabilità. E aprendo alla revisione del meccanismo della condizionalità. Una svolta nel segno dell’inclusione. E come fu quella sulla “insularità”. Che però attende ancora che la Regione batta un colpo

C’è una svolta dietro l’angolo delle politiche Ue per lo sviluppo economico e l’inclusione sociale? A dirlo sarà la commissione Regi del Parlamento europeo, che in questi giorni discute la proposta di risoluzione firmata dalla relatrice Michela Giuffrida, dei Socialisti & Democratici (S&D). Il testo sconta l’opposizione degli europarlamentari della destra rigorista, affezionata alle logiche dell’austerity e degli equilibri di bilancio. Ma fa leva sull’interesse a che siano ridisegnate le condizioni di accesso ai fondi europei, delle 47 regioni in ritardo di sviluppo appartenenti a otto Stati membri, individuate nella relazione di Corina Cretu (Politiche regionali) per la Commissione guidata da Jean-Claude Junker. Inoltre, tocca le corde del bisogno italiano a che gli obblighi di rientro dal debito pubblico imposti dal patto di stabilità, non si traducano in un freno agli investimenti pubblici e privati.
Quanto al Sud e alla Sicilia, la convenienza a che il report della commissione per lo sviluppo regionale si traduca in decisione del parlamento Ue, sta tutta nelle cifre rese note dalla siciliana Fondazione Curella, qualche settimana fa. Per l’istituto di ricerche presieduto da Pietro Busetta, dei cinque milioni di residenti nella regione, “solo 1,350 risulta occupato (sommersi compresi) e il Pil pro-capite (17.100 euro) è inferiore a quello di realtà come la Grecia e l’Ungheria”.
La proposta di risoluzione punta a collegare strettamente sviluppo sociale e progresso economico, affermando per la prima volta in modo puntuale che la politica di coesione è in grado di creare sviluppo e occupazione. Elenca tre nodi che la Commissione Ue è chiamata a sciogliere operando una sorta di riconversione delle strategie: sul tema del rapporto tra debito pubblico e crescita economica; riguardo al nesso tra politica di coesione e condizionalità macroeconomica. E sul fronte della relazione tra politica di coesione e semestre europeo.
In pratica, si legge che “sarebbe importante”, affinché la politica di coesione possa creare crescita e occasioni di lavoro, “che il cofinanziamento fosse slegato dai vincoli di bilancio imposti dal patto di stabilità”. Che “il meccanismo della condizionalità macroeconomica va riformato per evitare che gli investimenti siano messi a rischio proprio in quei territori con le maggiori difficoltà strutturali”. E che le raccomandazioni della Commissione Ue, più che vincolo devono essere uno stimolo. Per questo “dovrebbero essere pluriennali e concordate, con il coinvolgimento delle regioni”.
Insomma, nel report che la relatrice Giuffrida ha illustrato alla commissione Regi, ci sono tutte le premesse di una svolta nella politica Ue sui fondi strutturali. Relativamente al rapporto tra Bruxelles, gli stati membri e le regioni periferiche. E sullo spinoso terreno delle politiche per la crescita, l’inclusione e la coesione sociale. Resta il fatto che, se nei prossimi giorni le aule di Bruxelles adotteranno il testo, toccherà a stati e regioni fare ciascuno la propria parte. Un punctum dolens alle nostre latitudini.
Quasi due anni fa, il 4 febbraio 2016, con una risoluzione, il parlamento europeo riconobbe la condizione di insularità della Sicilia così come della Sardegna. Una svolta anche quella. Che apriva le porte persino a misure di fiscalità compensativa per ridurre le particolari condizioni di disagio imposte dalla geografia. Quasi due anni durante i quali nulla o quasi è stato fatto. “Rendendo evidente tra l’altro – come usa ripetere il segretario della Cisl Sicilia Mimmo Milazzo – che i governi regionali che fin qui si sono susseguiti, non sono stati in grado di valorizzare l’Autonomia statutaria di cui la Regione ha goduto”.
Dunque, forse è il caso di incrociare le dita affinché i ricorsi della storia non ripetano se stessi. Accentuando i ritardi anziché colmarli. E affilando, oltretutto aggratis, le armi della sterile propaganda di populisti e antieuropei di vario segno.
Umberto Ginestra
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Il video della relazione alla commissione Regi
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Il testo della proposta di risoluzione