QUEL PRETE DI STRADA DALLE GRANDI MANI «PER ACCAREZZARE MEGLIO»

25 anni fa l’assassinio a Brancaccio di padre Pino Puglisi, il primo martire per mafia della Chiesa, che nel 2013 lo proclamò beato. In occasione dell’arrivo a Palermo di papa Francesco per celebrare il Sacerdote con il sorriso, pubblichiamo una significativa pagina del volume che Francesco Deliziosi, giornalista ed ex allievo del sacerdote-martire, ha dedicato alla vicenda umana e spirituale di quel prete senza conto in banca, che andava in giro con addosso «un immutabile, logoro giubbotto blu»

Il 15 settembre 1993, 25 anni fa, padre Pino Puglisi veniva brutalmente assassinato nel quartiere di Brancaccio, a Palermo, nel giorno del suo 56esimo compleanno. Proclamato beato vent’anni dopo, il 25 maggio 2013, è il primo martire della Chiesa per mano mafiosa, ucciso con un colpo alla nuca in odium fidei. Due mesi prima della tragica sera nella quale fu eliminato davanti al portone di casa sua, in piazzale Anita Garibaldi, aveva subito un’intimidazione di chiaro stampo mafiosa: di notte ignoti avevano parzialmente bruciato la porta della Chiesa.

Nel quartiere, feudo della famiglia Graviano, da alcuni anni era parroco della Chiesa di San Gaetano. E in quel quartiere, il sacerdote che amava ripetere che «se ognuno fa qualcosa si può fare molto», nel gennaio 1993 aveva inaugurato il Centro Padre Nostro: un luogo di incontro diventato presto punto di riferimento per giovani e famiglie.
Fu assassinato per il suo impegno in nome della giustizia e contro soprusi e illegalità. Per la sua costante predicazione antimafiosa; per il suo limpido apostolato contro i trafficanti e per il recupero dei giovani e delle fasce sociali marginali.
I pentiti hanno rivelato che a ordinare il delitto furono i boss del quartiere, Giuseppe e Filippo Graviano. Ma a sparare fu un commando guidato dal killer Salvatore Grigoli che, dopo essersi pentito, accusò come suoi complici Gaspare Spatuzza, Cosimo Lo Nigro, Luigi Giacalone. E il reggente della cosca, Nino Mangano. Grigoli ha anche raccontato che, quando don Pino Puglisi capì che stava per essere ammazzato, sussurrò «me l’aspettavo», sorridendo al suo assassino.
Dal 2013 padre Puglisi è riconosciuto dalla Chiesa beato e martire a causa della sua limpida testimonianza evangelica. E antimafiosa.
In occasione dell’arrivo a Palermo di papa Francesco, nel 25esimo dell’esecuzione e nel quinquennio dell’elevazione a beato del sacerdote-martire, pubblichiamo per gentile concessione dell’autore e dell’editore, la pagina che segue del volume Bur Rizzoli, Se ognuno fa qualcosa si può fare molto. Le parole del prete che fece paura alla mafia. Il libro è l’ultima fatica editoriale di Francesco Deliziosi, giornalista, caporedattore centrale del Giornale di Sicilia ed ex allievo di padre Puglisi. Racconta la vicenda umana e spirituale di 3P, come si faceva simpaticamente chiamare padre Pino Puglisi. Le 550 pagine che raccolgono testimonianze, scritti e insegnamenti del Sacerdote con il sorriso, sono precedute dalla prefazione di monsignor Corrado Lorefice, arcivescovo di Palermo. (ug)

Aveva grandi orecchie, grandi mani, grandi piedi. E sapeva essere allegro e scherzare anche su se stesso. Padre Pino Puglisi spiegava ai suoi giovani che le orecchie grandi gli servivano ad ascoltare meglio, le mani grandi per accarezzare con più tenerezza, i piedi grandi per camminare velocemente e soddisfare subito le richieste di aiuto. «E quella testa pelata?», domandavamo, impertinenti, noi ragazzi del ginnasio. E lui concludeva, passandosi una mano sulla calvizie: «Per riflettere meglio la luce divina…».
La prima volta che entrò nella baraonda della classe del liceo Vittorio Emanuele II di Palermo (correva l’anno 1978) aveva uno scatolone vuoto sotto il braccio. In silenzio, lo posò per terra. E mentre noi, azzittiti e stupiti, lo guardavamo, lo pestò con un piede. «Avete capito chi sono io?», domandò. «Un rompiscatole», concluse sorridendo tra le nostre risate. Ma il peggio doveva ancora venire: le scatole le rompeva davvero. Con le sue lezioni veniva a strapparci dall’apatia, dall’indifferenza, dalla superficialità. E ci poneva di fronte a domande sconvolgenti: «Dove vogliamo che vada la nostra vita?».
Era stonato, ma non rinunciava a cantare. Dava appuntamenti e arrivava puntualmente in ritardo. Soffriva di gastrite e mangiava lo stesso scatolette, pur di sbrigarsi. Diceva «la benzina è il mio pane», perché preferiva riempire il serbatoio della sua auto (usata) piuttosto che il frigorifero. Per poter accorrere dovunque, anche di notte. Poi, preso dalla fretta e da mille pensieri, perdeva le chiavi, era sbadato, guidava da far paura, agli incroci dimenticava le precedenze. Si alzava all’alba per pregare e, alla fine della giornata, esausto si addormentava sulla poltrona mentre leggeva.
Era un prete senza conto in banca, con le tasche vuote e la casa (popolare) piena di libri di filosofia e psicologia. Donava tutto il suo tempo agli altri e aveva lo scaldabagno rotto e i rubinetti che schizzavano acqua dappertutto. Gli proposero gli incarichi più gravosi, scartati da tutti, e lui li accettò. Infatti arrivò a Brancaccio nel 1990 dopo che sei confratelli avevano detto di no.
Al contrario, quando gli offrirono chiese ricche, posti di prestigio, lui li rifiutò: «Non sono all’altezza, rimango qui tra i poveri», rispondeva. Andava alle riunioni ecclesiali e si sedeva in ultima fila. Era un intellettuale raffinato, ma non lo faceva capire a nessuno. Invece di esibirsi in dotte citazioni ai convegni, parlava in dialetto con gli operai.
L’ho conosciuto tra i banchi all’ora di religione. Entrava in classe infreddolito nel suo immutabile, logoro giubbotto blu, e in quindici anni credo di non averlo mai visto con un cappotto.
Bassino, esile, orecchie a sventola, camminava a piccoli passi con le scarpe enormi. Si faceva chiamare 3P, un simpatico nomignolo formato dalle iniziali di Padre Pino Puglisi.
Prima di lui arrivava il suo sorriso. Parlava piano, cercando con difficoltà le parole giuste. Ma, quando ti ascoltava, per lui nell’universo esistevi solo tu.
Sotto le sue ali siamo cresciuti io e Maria, la compagna di classe che è diventata mia moglie. Lui ci ha seguiti dalla cresima al matrimonio; quando diventò parroco noi lo seguimmo fino a Brancaccio. Per dargli una mano e forse anche un segno di conforto con una presenza amica tra tanti volti sconosciuti. Ci annunciò il suo nuovo incarico con una battuta: «Sono diventato il parroco del Papa». Perché la casa di Michele Greco, detto il Papa della mafia, faceva parte della sua parrocchia.
Nacque il nostro primo figlio, Emanuele, e 3P ripeteva: «Dobbiamo battezzarlo subito, dobbiamo battezzarlo subito».
Lo disse anche l’ultima domenica prima del delitto, l’ultima volta che l’abbiamo visto vivo. Noi non capivamo il motivo di tanta fretta, lui ormai sapeva che non gli restava molto tempo, appena una manciata di giorni in quel caldo settembre del 1993.

Francesco Deliziosi
SE OGNUNO FA QUALCOSA SI PUÒ FARE MOLTO
Le parole del prete che fece paura alla mafia
Bur Rizzoli 2018, pag 550,
€18

 

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