QUELL’ESTATE LUGUBRE COME UN GIRONE DELL’INFERNO

‘Io ti racconto…’. 40 lettere di altrettanti genitori ai bambini che frequentano la scuola elementare Alcide De Gasperi di Palermo. E tra queste, quelle di Manfredi Borsellino e Sonia Alfano. La pregevole iniziativa editoriale di una scuola, per ripercorrere il dolore individuale e collettivo. Da Conquiste del Lavoro

“Niente o quasi dopo quegli eventi sarebbe stato come prima”. Il tono è solenne, il taglio lapidario, ieratico quasi. Ma non siamo sulla scena di una tragedia greca. E chi parla non è un attore. Neppure un corifeo. Perché la tragedia che dietro quelle parole campeggia e attraverso quelle parole s’intravede ancora, è una delle due stragi che nel 1992 insanguinarono Palermo. E non solo Palermo: quella di via D’Amelio, che segnò il 19 luglio di 25 anni fa e, puntuale come un orologio, arrivò 57 giorni dopo l’altra di Capaci, del 23 maggio. Lì a morire erano stati il giudice Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti (Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro). In via D’Amelio, inghiottiti nel paesaggio lunare, gelido, lugubre, che chi scrive ricorda ancora come una sorta di girone dell’inferno costellato di ceneri, rottami e brandelli di carne sparati qua e là, a scomparire furono in sei: i poliziotti Emanuela Loi, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Cosina e Vincenzo Li Muli. E il giudice Paolo Borsellino. Ammazzati tutti, alle 16,58 di una tranquilla domenica d’estate, dai quasi cento chili di tritolo con cui era stata imbottita la Fiat 126 posteggiata lì dove abitava la mamma che il giudice era andato a trovare.
A ricordare quei fatti, con parole che sembrano quasi scandite, è ora Manfredi Borsellino, il figlio del magistrato, poco più che ventenne all’epoca, oggi dirigente della polizia di Stato. Ma la memoria di Manfredi è una tessera, la prima, il pezzo d’apertura, di un pregevole collage editoriale andato alle stampe qualche giorno fa. Un quarto di secolo dopo, e a dispetto dei tanti misteri che ancora adesso avvolgono la vicenda di quel luglio 1992 (quattro processi, depistaggi e una serie di “questioni irrisolte”, per dirla con i pubblici ministeri di Caltanissetta), a tornare a quei giorni è un libretto che è assieme raccolta di testimonianze. E testimonianza a sua volta. Io ti racconto… il titolo. Che contiene già in sé il progetto dell’opera. L’intento che è storico, narrativo. Ma anche didattico ed educativo. I genitori narrano ai figli le stragi del 1992 e la ribellione di Palermo, spiega meglio il sottotitolo della raccolta di 40 lettere di altrettanti genitori ai bambini che frequentano la scuola elementare Alcide De Gasperi, di Palermo.
È la scuola a firmare il progetto, a cura dell’insegnante Valentina Cinà. Ed è la scuola a pubblicare il libro (stampato a Palermo per Spazio Cultura edizioni) che, attraverso il filo dei ricordi che i genitori consegnano idealmente ai figli, ripercorre “il dolore individuale e collettivo” di quei giorni, come appunta la dirigente, Maria Giovanna Granata.
E se Manfredi con sofferenza spiega ai figli che i tentacoli della mafia “si erano intrufolati tra le stesse istituzioni che governavano il nostro paese, tra le forze di polizia e in quella stessa magistratura” di cui facevano parte Borsellino e Giovanni Falcone; Sonia Alfano, figlia di Beppe, giornalista assassinato dalla mafia a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) l’8 gennaio 1993, mamma pure lei di una bambina che frequenta l’Alcide De Gasperi, scrive che “quel momento è rimasto scolpito nella mia mente, incancellabile”. Aggiunge che “oggi, a tanti anni di distanza da quel 19 luglio, alcune cose sono cambiate e altre no”. E rivolta ai bambini, l’ex eurodeputato sottolinea che “oggi la mafia deve essere ancora combattuta da tutti. Anche da voi che non siete magistrati e nemmeno adulti”.

Tra i contributi che impreziosiscono il libretto, le lettere del consigliere di corte d’Appello di Palermo, Mario Conte; del cancelliere presso il Tribunale Francesco Paolo Cuneo. E i testi di Dario Miceli e Salvo Palazzolo. Entrambi giornalisti. Il primo alla Rai, l’altro cronista di giudiziaria di Repubblica. Miceli, che all’epoca era giovane giornalista de L’Ora e che da poco è scomparso, ricorda quando, in quei giorni, in un negozio di dischi della città, incontra Falcone e Borsellino. Uscendo trova l’ingresso presidiato da “uomini in assetto di guerra, armati di tutto punto”. Prova a fare una domanda. La risposta è secca, dura come una mazzata: “Siamo in guerra”.

Palazzolo, che proprio allora muoveva i primi passi da giornalista, scrive: “Quel pomeriggio, mentre vagavo in via D’Amelio, qualcuno ha rubato le ultime parole di Paolo Borsellino”. Ma per capire davvero quella terribile estate che cambiò le nostre vite, “non c’è altra strada”, esorta. “Bisogna continuare a raccontare cos’è la mafia, perché raccontare vuol dire cercare la verità”.
Umberto Ginestra  #pernondimenticare


Conquiste del Lavoro, 20 luglio 2017

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